Fuori Posto #2 Uso regolato e maternità autonoma
Questa storia racconta una maternità che riesce a costruirsi senza entrare in un percorso di controllo istituzionale.
Non perché i servizi siano assenti, ma perché il rapporto con essi viene gestito in modo selettivo.
È la storia di una donna che, prima della gravidanza, faceva uso di sostanze in modo intenzionale e regolato.
L’uso non occupava tutta la sua vita, non la definiva, né comprometteva i funzionamenti quotidiani.
Era inserito in una traiettoria fatta di studio, lavoro, relazioni e autonomia.
Con l’arrivo della gravidanza, la sospensione dell’uso non è il risultato di una pressione esterna, ma una scelta legata alla protezione e alla ridefinizione delle priorità.
Non c’è un intervento correttivo imposto dall’esterno, ma una riorganizzazione che nasce dall’interno.
Questa storia racconta una maternità che riesce a costruirsi senza entrare in un percorso di controllo istituzionale.
Non perché i servizi siano assenti, ma perché il rapporto con essi viene gestito in modo selettivo.
È la storia di una donna che, prima della gravidanza, faceva uso di sostanze in modo intenzionale e regolato.
L’uso non occupava tutta la sua vita, non la definiva, né comprometteva i funzionamenti quotidiani.
Era inserito in una traiettoria fatta di studio, lavoro, relazioni e autonomia.
Con l’arrivo della gravidanza, la sospensione dell’uso non è il risultato di una pressione esterna, ma una scelta legata alla protezione e alla ridefinizione delle priorità.
Non c’è un intervento correttivo imposto dall’esterno, ma una riorganizzazione che nasce dall’interno.
Dopo il parto, però, l’equilibrio va ripensato.
La stanchezza, la perdita di spazio personale e il carico della cura pongono una questione concreta: come continuare a essere presenti come madri senza cancellare del tutto sé stesse.
Il percorso che prende forma è quello di una maternità autonoma, sostenuta da una rete familiare solida e da un rapporto paritario con i servizi, che si interrompe nel momento in cui il riconoscimento rischia di trasformarsi in controllo.
È una maternità che si regge su scelte consapevoli, regole esplicite e confini ben tenuti. Un equilibrio costruito attivamente, nella consapevolezza che non tutte le istituzioni, non tutti i servizi sono uguali e che non tutte le soglie istituzionali producono lo stesso tipo di relazione.
Vi invitiamo a chiedervi quali risorse sostengono, in questa storia, un ruolo genitoriale autonomo.
Fuori posto, madri, sostanze e sguardi che giudicano.
Siamo Rosalba Altopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarscelli, lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze e che indaga come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controlli.
Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale. Seconda puntata: Uso regolato e maternità autonoma.
Questa storia racconta una maternità che riesce a costruirsi senza entrare in un percorso di controllo istituzionale.
Non perché i servizi siano assenti, ma perché il rapporto con essi viene gestito in modo selettivo.
È la storia di una donna che, prima della gravidanza, faceva uso di sostanze in modo intenzionale e regolato.
L’uso non occupava tutta la sua vita, non la definiva, né comprometteva i funzionamenti quotidiani.
Era inserito in una traiettoria fatta di studio, lavoro, relazioni e autonomia.
Con l’arrivo della gravidanza, la sospensione dell’uso non è il risultato di una pressione esterna,
ma una scelta legata alla protezione e alla ridefinizione delle priorità.
Non c’è un intervento correttivo imposto dall’esterno, ma una riorganizzazione che nasce dall’interno.
Dopo il parto, però, l’equilibrio va ripensato.
La stanchezza, la perdita di spazio personale e il carico della cura pongono una questione concreta:
come continuare a essere presenti come madri senza cancellare del tutto sé stesse.
Il percorso che prende forma è quello di una maternità autonoma, sostenuta da una rete familiare solida
e da un rapporto paritario con i servizi, che si interrompe nel momento in cui il riconoscimento rischia di trasformarsi in controllo.
È una maternità che si regge su scelte consapevoli, regole esplicite e confini ben tenuti.
Un equilibrio costruito attivamente, nella consapevolezza che non tutte le istituzioni, non tutti i servizi sono uguali né
e che non tutte le soglie istituzionali producono lo stesso tipo di relazione.
Vi invitiamo a chiedervi quali risorse sostengono, in questa storia, un ruolo genitoriale autonomo.
Prima di restare incinta vivevo correndo.
L’università, il tirocinio, gli amici, le feste. Di giorno funzionavo, di notte mi lasciavo andare. Nei rave o nelle serate a casa tutto girava più veloce: la musica, le luci, le persone. Ho provato di tutto — LSD, MD, coca, speed — ma non mi sentivo “drogata”. Mi sembrava di sperimentare, di appartenere a qualcosa. L’uso era dentro una regola che mi ero data: mai prima di un esame, mai se dovevo lavorare, solo nel weekend. Finché riuscivo a rispettarla, mi sentivo in equilibrio.
Poi è arrivata la gravidanza.
L’ho scoperta per caso, dopo giorni di nausea e sonno strano. Non è stata paura, più una vertigine. Come se la vita avesse cambiato direzione senza avvisare.
La prima cosa che ho fatto è stata smettere. Non per senso del dovere, ma perché non ne avevo più voglia. Sentivo che c’era un altro corpo dentro di me, e che dovevo proteggerlo. Ho tagliato tutto: le sostanze pesanti, le canne, le notti fuori. Solo il tabacco, e qualche farmaco prescritto dal medico quando l’ansia mi toglieva il sonno.
La gravidanza è stata un periodo pieno, ma anche pieno di sguardi.
Non sono mai stata seguita dai servizi, nessuno mi ha controllata, ma mi sentivo addosso le aspettative degli altri: le ostetriche, le amiche, persino i colleghi. Tutti pronti a dire se stavo “facendo la madre nel modo giusto”.
Io volevo dimostrare che potevo farcela. Andavo a tutte le visite, facevo yoga prenatale, studiavo fino a tardi per finire gli esami. Non per farmi vedere, ma per dire a me stessa che non ero definita dal mio passato.
Dopo il parto è arrivato il silenzio, quello denso che solo chi resta sveglio la notte con un neonato può capire.
All’inizio andava bene: l’adrenalina, l’amore, la voglia di essere all’altezza. Poi è arrivata la stanchezza vera, quella che toglie lucidità. Le giornate tutte uguali, la casa che diventa il mondo, il corpo che non risponde più. Mi sembrava di non avere spazio per respirare. Ero sempre “madre”, mai più “me”.
È stato allora che è tornato il pensiero.
Non un desiderio, piuttosto un ricordo di quando riuscivo a staccare per un momento. Ho resistito, ma dentro sapevo che prima o poi avrei avuto bisogno di ritrovare un equilibrio.
Così mi sono data delle regole nuove, precise: non consumare mai in presenza di mio figlio; concentrare tutto nei weekend, quando lui è con il padre; tenere sempre il telefono acceso e carico, anche alle feste; non tenere mai sostanze in casa; restare sempre reperibile, sempre pronta a rispondere come madre.
Sono piccole regole, ma per me sono la differenza tra l’essere dentro o fuori controllo.
Mi aiutano a ricordare che posso concedermi qualcosa senza smettere di essere affidabile. È un equilibrio sottile, ma reale.
Mia madre mi ha aiutata tantissimo.
Veniva presto la mattina, mi lasciava dormire un paio d’ore, portava il bambino a spasso o a fare la spesa. Preparava i pasti, mi ricordava di mangiare, di lavarmi, di uscire un po’. Quando dovevo studiare, stava lei con lui il pomeriggio. Non mi ha mai chiesto niente, non mi ha mai giudicata. Diceva solo: “Vai, riposati, ci penso io”. Era una presenza costante, silenziosa, e senza di lei non ce l’avrei fatta.
Anche il padre c’è stato, a modo suo.
Non viviamo insieme, ma ci siamo dati delle regole: lui lo prende nei weekend, oppure due sere a settimana. Così io posso avere un po’ di spazio, uscire, rimettermi in ordine. Non siamo una coppia, ma una collaborazione: ci dividiamo il peso e anche un po’ la libertà.
Sul piano del lavoro e dello studio ho tenuto duro.
Mi sono laureata, poi ho trovato un impiego. Ho sempre pensato che, se facevo bene le cose visibili, nessuno avrebbe avuto motivo di farmi domande. A volte l’uso era solo una parentesi, un piccolo segreto per rimettermi in moto. Non mi sentivo in colpa, ma attenta: bastava poco per far crollare tutto.
Ero dentro la normalità, ma a modo mio: una madre, una lavoratrice, una donna che la notte, ogni tanto, aveva bisogno di respirare.
Negli anni ho avuto contatti sporadici anche con il SerD, ma in modo diverso da altre donne che conosco.
Lì mi hanno sempre trattata con rispetto, come una persona che conosceva il proprio corpo e il proprio lavoro. Non mi hanno mai fatta sentire “una tossica”. Forse perché anch’io sono un’infermiera, o forse solo perché mi parlavano alla pari. Quando mi hanno proposto un incontro con l’assistente sociale ho rifiutato e interrotto definitivamente i rapporti con loro, avrei vissuto quell’ingresso come una minaccia al rapporto con mio figlio.
In altre situazioni, invece, ho visto amiche e conoscenti giudicate, incasellate: “lei è una tossica, quindi è anche una madre a rischio”.
Io sono riuscita a restare ai margini di quel giudizio, ma so quanto sia sottile la linea tra chi riesce a regolarsi e chi viene sorvegliata.
Oggi, a distanza di anni, guardo indietro e vedo un equilibrio costruito a fatica.
Non sono mai tornata ai ritmi di prima, e non ne sento il bisogno. Ogni tanto fumo, raramente qualcosa di più, ma è diverso: non per fuggire, ma per ritrovarmi.
La gravidanza mi ha costretta a ridisegnare i confini, e la maternità mi ha insegnato a tenerli.
Non credo nelle etichette.
Non sono una “redenta”, e nemmeno una “tossica nascosta”.
Sono una madre che ha imparato a conoscersi, e che ogni giorno sceglie di restare in equilibrio.
A volte, la sera, quando tutto è silenzio, penso che l’unica vera dipendenza che ho è la necessità di restare lucida.
Di sapere sempre cosa sto facendo, e perché.
Forse è questa la mia forma di libertà.
Questa storia ci mostra che l’autonomia non nasce nel vuoto.
Non è solo una questione di forza personale o di autocontrollo.
La protagonista riesce a regolarsi anche perché non è sola.
C’è una madre che aiuta senza giudicare,
c’è il padre del bambino con cui esiste una collaborazione,
c’è una rete che assorbe parte della fatica, del tempo, della pressione quotidiana.
Ma c’è anche un altro elemento decisivo:
questa donna non viene definita solo dal consumo.
È un’infermiera, una lavoratrice, una madre competente.
Quando entra in contatto con i servizi, questa identità resta visibile.
Non viene ridotta a un’etichetta.
Al SerD viene trattata come una persona che sa quello che fa,
che conosce il proprio corpo, che ha delle regole.
Questo riconoscimento le permette di scegliere.
Ed è per questo che, quando le propongono l’ingresso dell’assistente sociale dei servizi per i minori, decide di fermarsi.
Non per nascondere qualcosa,
ma perché capisce che lì il rapporto potrebbe cambiare:
da confronto a valutazione,
da aiuto a controllo.
Questa storia ci dice allora che l’autonomia è sempre situata.
Dipende dalle reti che ti sostengono,
da come vieni vista dagli operatori,
da quali parti della tua identità restano in primo piano.
E ci lascia una domanda importante:
cosa succede quando una sola definizione prende il sopravvento su tutte le altre?
Quando essere madre, lavoratrice, persona, passa in secondo piano rispetto a un’etichetta?
Qui l’equilibrio regge.
Ma non perché sia facile.
Perché è sostenuto.