Fuori Posto #3 Maternità sorvegliata
Quella che state per ascoltare è una storia di maternità che si intreccia fin dall’inizio con lo sguardo delle istituzioni. Non è la storia di una “madre che non ce la fa”, né di una donna che rifiuta l’aiuto.
È la storia di una madre che entra in contatto con i servizi e che, da quel momento, smette di essere solo una persona che chiede sostegno.
Diventa qualcuno da valutare, da osservare, da monitorare.
La protagonista di questa storia non smette di essere madre. Anzi, fa tutto quello che le viene chiesto.
Ma impara presto una regola non scritta: parlare poco, dire solo l’indispensabile, non mostrarsi fragile.
Perché in certi contesti, chiedere aiuto può diventare un rischio.
Quella che state per ascoltare è una storia di maternità che si intreccia fin dall’inizio con lo sguardo delle istituzioni. Non è la storia di una “madre che non ce la fa”, né di una donna che rifiuta l’aiuto.
È la storia di una madre che entra in contatto con i servizi e che, da quel momento, smette di essere solo una persona che chiede sostegno.
Diventa qualcuno da valutare, da osservare, da monitorare.
La protagonista di questa storia non smette di essere madre. Anzi, fa tutto quello che le viene chiesto.
Ma impara presto una regola non scritta: parlare poco, dire solo l’indispensabile, non mostrarsi fragile.
Perché in certi contesti, chiedere aiuto può diventare un rischio.
Ascoltando questa storia, vi invitiamo a non chiedervi se questa madre è “adeguata” o no.
Ma a provare a guardare cosa succede quando l’aiuto si intreccia con il controllo, e quando la cura diventa qualcosa che va continuamente dimostrato.
Speaker 1
Fuori posto, madri, sostanze e sguardi che giudicano. Siamo Rosalba Altopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarscelli.
Speaker 3
Lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze e che indaga come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controllo.
Speaker 2
Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale.
Speaker 3
Terza puntata. Maternità sorvegliata. Quella che state per ascoltare è una storia di maternità. È una storia in cui la gravidanza e la cura di un figlio si intrecciano fin dall'inizio con lo sguardo delle istituzioni. Non è la storia di una madre che non ce la fa, né di una donna che rifiuta l'aiuto. È la storia di una madre che entra nei servizi, il serde, i servizi sociali e che da quel momento smette di essere solo una persona che chiede sostegno. Diventa qualcuno da valutare, da osservare, da monitorare. In questa storia il controllo non arriva con un atto violento o improvviso, arriva in modo ordinario: visite a casa, colloqui, controlli, relazioni scritte. Tutte pratiche che vengono presentate come tutela, come protezione del bambino, ma che giorno dopo giorno trasformano la maternità in una prova da superare. La protagonista di questa storia non smette di essere madre, anzi fa tutto quello che le viene chiesto, ma impara presto una regola non scritta: parlare poco, dire solo l'indispensabile e non mostrarsi fragile, perché in certi contesti chiedere aiuto può diventare un rischio. Questa è una storia fatta di ambivalenze, di operatori che accolgono e di altri che valutano, di sostegno che convive con la paura, di una maternità vissuta sempre sotto esame. Ascoltandola vi invitiamo a non chiedervi se è questa madre adeguata o no, ma a provare a guardare cosa succede quando l'aiuto si intreccia con il controllo e quando la cura diventa qualcosa che va continuamente dimostrato.
Narratore
Avevo iniziato con la coca, poi con l'eroina. Per anni ho provato a smettere da sola, ma non ci riuscivo. Il SerD era diventato la mia routine: metadone, colloqui, urine, ogni settimana le stesse facce. Mi lamentavo, ma in fondo era un punto fermo. Lì nessuno mi chiedeva di essere perfetta, bastava che arrivassi. Quando sono rimasta incinta, tutto è cambiato. L'assistente del cer ha avvisato i servizi sociali, dicevano che era per tutelare il bambino, che era una procedura normale, ma da quel giorno ho sentito che non ero più solo una paziente. Era una madre sotto osservazione. Sono arrivate due assistenti sociali, venivano a casa, facevano domande, scrivevano. Guardavano se avevo preparato la cameretta, se in frigo c'era il latte, se il padre passava ancora. Io rispondevo, ma avevo paura. Ogni parola sembrava pesata, ogni silenzio poteva diventare sospetto. Il padre del bambino spariva e tornava in intermittenza. Diceva che voleva aiutarci, ma poi beveva e spariva per giorni. Mia madre mi dava una mano quando poteva, portava la spesa, restava un po' col piccolo, ma era stanca anche lei. Mi diceva: Non ce la faccio più a vederti così. La mia rete era fatta di presenze che si accendevano e si spegnevano come luci intermittenti, niente che potessi davvero tenere stretto. La gravidanza è stato un tempo sospeso. Avevo smesso quasi del tutto, ma l'ansia mi divorava. Ogni visita, ogni controllo era un esame, al serbe almeno mi sentivo accolta. Gli operatori non mi giudicavano. Anche quando sapevano che non andava tutto bene, mi dicevano solo di stare attenta, di pensare a me e al bambino. Lì potevo parlare. Con le assistenti sociali, no, con loro impare dire il minimo indispensabile. Dopo il parto ho fatto tutto come mi avevano detto. Portavo le analisi, andavo i colloqui, mostravo che la casa era in ordine, ma la notte, quando lui dormiva, la testa mi correva, la stanchezza, la paura, la voglia di staccare. A volte mi facevo di nascosto solo per calmarmi, non era per sballarmi, era per respirare un po'. Poi arrivava la colpa, l'odore, la paranoia di essere scoperta, la paura che qualcuno se ne accorgesse. Mi guardavo allo specchio e vedevo due persone: la madre che voleva proteggere suo figlio e la donna che cercava di sopravvivere. Una volta sono venuta a casa senza avvisare, hanno aperto l'armadio, guardato in bagno, poi hanno detto tutto a posto, stia tranquilla. Ma tranquilla non ero. Per giorni ho vissuto con il pensiero che bastasse una segnalazione per perdere mio figlio. Andavo al cert con il passeggino, le infermiere gli facevano i complimenti e io mi aggrappavo a quei momenti di normalità. Lì almeno mi trattavano come una persona, non come un fascicolo. C'erano giorni in cui avrei voluto chiedere aiuto sul serio. Non un controllo, ma qualcuno che mi spiegasse come si fa a respirare quando ti senti sempre sotto esame. Un aiuto che non fosse una valutazione, che non finisse in una relazione scritta, ma non sapevo chi dirlo. Se ne parlavo con i servizi rischiavo di peggiorare la mia situazione. A casa non potevo, mia madre mi avrebbe gridato che rovinavo tutto. Così restavo zitto e facevo da sola. Dopo un anno mi hanno detto che il caso era chiuso, che avevo dimostrato stabilità. L'ho preso come una vittoria, ma dentro non era finita. Continuavo a vivere con la paura che un giorno qualcuno possa bussare di nuovo. Non mi faccio più o quasi, ma quella sensazione non è mai andata via. L'idea che basti poco per tornare sotto esame, a volte penso che l'aiuto che mi sarebbe servito era un posto dove parlare senza paura. Non per giustificarmi, ma per capire come si vive con tutto questo addosso. Ma un posto così nei servizi non c'è. E così vai avanti, cercando di non cadere e sperando che nessuno ti guardi troppo da vicina.
Speaker 3
Questa storia ci mostra qualcosa di molto semplice, ma spesso invisibile. Non basta offrire aiuto perché quell'aiuto venga vissuto come tale. Per questa madre il problema non è il SerD in sé, né l'esistenza dei servizi sociali. Il problema è che ogni richiesta, ogni parola, ogni silenzio può diventare una prova. E quando sai che quello che dici può finire in una relazione scritta, impari a tacere. Qui il controllo non è solo esterno, diventa interno, entra nella testa, nelle scelte quotidiane, persino nei pensieri, è la paura costante che basti poco, una ricaduta, una confessione, una giornata storta per perdere tutto. Questa storia ci parla di una maternità sorvegliata, in cui essere madre non significa solo prendersi cura di un figlio, ma anche dimostrare continuamente di essere l'altezza. E ci dice una cosa importante: quando l'aiuto è legato alla valutazione, quando il sostegno è condizionato alla performance, la fragilità non trova spazio. La protagonista lo dice chiaramente: avrebbe avuto bisogno di un luogo dove parlare senza paura, non per giustificarsi, non per essere assolta, ma per far capire come si vive quando tutto pesa insieme. Questa storia ci invita a spostare lo sguardo, non su quanto questa madre sia adeguata, ma su come l'aiuto dei servizi, quando è legato alla valutazione, finisca per diventare una sequenza di prove. E quante madri imparano a sopravvivere in silenzio, non perché non vogliono aiuto, ma perché l'aiuto, così com'è, fa paura.
Speaker 1
Avete ascoltato la terza puntata di fuori posto, madri, sostanze e sguardi che giudicano. Un podcast realizzato da Daniele Scarscelli, Rosalba Altopiedi e Chiara Bertone. Ringraziamo Annarita Piovano per aver prestato la voce alla storia di questa puntata. Regia e design sonoro cura di minima digitalia.