Fuori Posto #9 Cambiare lo sguardo, ripensare le politiche
Le storie che abbiamo ascoltato mettono in discussione due idee molto diffuse sul consumo di sostanze.
La prima è che le traiettorie delle persone che usano droghe possano essere spiegate quasi esclusivamente attraverso gli effetti delle sostanze.
La seconda è che le difficoltà legate alla maternità dipendano soprattutto da fragilità personali, caratteristiche psicologiche o scelte individuali.
Le esperienze raccontate in questo podcast mostrano qualcosa di più complesso.
Mostrano che la possibilità di reggere la maternità cambia a seconda delle condizioni di vita, delle reti di sostegno disponibili, della stabilità economica, della presenza o meno di relazioni affidabili e anche del modo in cui intervengono le istituzioni.
Le storie che abbiamo ascoltato mostrano che molte difficoltà attribuite alle singole madri non nascono mai soltanto dentro le persone.
Parlano anche di solitudine, di precarietà, di sovraccarico della gestione quotidiana, di assenza di reti, di violenza, di povertà, di impossibilità concreta di avere tempo, aiuti e spazi di respiro.
E allora forse il punto non è aiutare le singole madri a funzionare meglio, forse il punto è creare spazi nei servizi in cui queste esperienze possano essere condivise, riconosciute e nominate per quello che sono.
Le difficoltà raccontate in questo podcast non possono essere affrontate soltanto chiedendo alle singole madri di adattarsi, resistere o dimostrare di essere adeguate.
Richiedono anche trasformazioni collettive, servizi capaci di costruire alleanze invece che distanza, politiche sociali che sostengano concretamente la genitorialità e spazi in cui le persone possano riconoscere che molte delle loro fatiche non sono colpe individuali, ma esperienze prodotte da condizioni sociali condivise.
Forse è da qui che può iniziare un modo diverso di guardare queste storie. E anche un modo diverso di costruire il lavoro sociale.
Fuori posto, madri, sostanze e sguardi che giudicano.
SPEAKER_00Siamo Rosal Baltopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarcelli, lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze e che indaga come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controlli.
SPEAKER_03Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale.
SPEAKER_01Non a puntata, cambiare lo sguardo, ripensare le politiche.
SPEAKER_02Le storie che abbiamo ascoltato mettono in discussione due idee molto diffuse sul consumo di sostanze. La prima è che le traiettorie delle persone che usano droghe possano essere spiegate quasi esclusivamente attraverso gli effetti delle sostanze. La seconda è che le difficoltà legate alla maternità dipendano soprattutto da fragilità personali, caratteristiche psicologiche o scelte individuali. Le esperienze raccontate in questo podcast mostrano qualcosa di più complesso. Mostrano che la possibilità di reggere la maternità cambia a seconda delle condizioni di vita, delle reti di sostegno disponibili, della stabilità economica, della presenza o meno di relazioni affidabili e anche del modo in cui intervengono le istituzioni. Le madre che abbiamo ascoltato cercano continuamente di limitare l'impatto che il consumo di sostanze può avere sulla vita quotidiana, sul rapporto con i figli e sugli altri aspetti della loro vita. Molte cercano di separare momenti dell'uso da quelli della presenza con i bambini. Si danno regole, organizzano tempi e spazi, chiedono aiuto a persone fidate, provano a mantenere continuità nella vita familiare, nel lavoro, nelle relazioni. In altre parole, cercano di tenere insieme cose che spesso entrano in tensione tra loro: il consumo, la maternità, la necessità di reggere la pressione quotidiana, la gestione della casa, del lavoro, della fatica, delle relazioni. Questi tentativi non sempre riescono, ma le storie che abbiamo ascoltato mostrano anche che questo non dipende semplicemente dal fatto che alcune madri siano più responsabili di altre. La possibilità che questi equilibri reggano cambia molto a seconda delle condizioni di vita. Cambia se una madre può contare oppure no su qualcuno che tenga il bambino quando sta male o quando esausta. Cambia se ci sono reti familiari presenti oppure isolamento, se c'è stabilità economica oppure precarietà, se esistono spazi di sollievo oppure no. E cambia anche a seconda di come intervengono le istituzioni, se costruiscono sostegno oppure se producono soprattutto paura, controllo e sorveglianza. Eppure molto spesso tutto questo lavoro quotidiano resta invisibile.
SPEAKER_00Nel momento in cui entra in scena l'etichetta legata al consumo di sostanze, quello che le madri dicono tende a perdere credibilità. Le loro parole vengono ascoltate con sospetto, le loro spiegazioni diventano giustificazioni. Le strategie che mettono in atto per cercare di reggere la quotidianità vengono facilmente lette come negazione del problema. Così può succedere che una madre impari molto presto una regola implicita: dire troppo può diventare pericoloso. Non perché abbia necessariamente qualcosa da nascondere, ma perché teme che le proprie difficoltà vengano lette automaticamente come segnali di rischio per il figlio o come prove di inadeguatezza genitoriale. Ed è qui che si crea una distanza profonda tra molte madri e i servizi, perché quando parlare apertamente diventa rischioso, molte madri imparano a controllare quello che dicono, a tacere alcune difficoltà, a non esporsi troppo. E allora anche chiedere sostegno diventa più difficile. Per questo un approccio antioppressivo al lavoro sociale, secondo noi, dovrebbe partire innanzitutto da qui dal riconoscere le madri come persone competenti rispetto alla propria esperienza. Non significa negare le difficoltà, non significa ignorare i problemi legati all'uso di sostanze. Significa, però, assumere che le persone non siano semplicemente oggetti da osservare, valutare o correggere. Significa costruire relazioni in cui ciò che le madri stanno della propria vita venga considerato una risorsa fondamentale per comprendere la situazione e non qualcosa da screditare automaticamente. Ma c'è anche un secondo passaggio importante. Le storie che abbiamo ascoltato mostrano che molte difficoltà attribuite alle singole madri non nascono mai soltanto dentro le persone. Parlano anche di solitudine, di precarietà, di sovraccarico della gestione quotidiana, di assenza di reti, di violenza, di povertà, di impossibilità concreta di avere tempo, aiuti e spazi di respiro.
SPEAKER_03E allora forse il punto non è aiutare le singole madri a funzionare meglio, forse il punto è creare spazi nei servizi in cui queste esperienze possano essere condivise, riconosciute e nominate per quello che sono. Non fallimenti individuali, ma difficoltà che molte donne vivono dentro condizioni sociali comuni. Perché quando una madre pensa di essere sola, tende a vivere tutto come una colpa personale, ma quando le esperienze vengono messe in comune può diventare visibile che certi problemi non riguardano soltanto il singolo caso, riguardano il costo della vita, la precarietà del lavoro, la mancanza di servizi accessibili, l'isolamento nella gestione dei figli, la scarsità di sostegni concreti, la paura costante di essere giudicate. E rendere visibili queste condizioni significa anche aprire la possibilità di trasformarle. Non solo attraverso interventi rivolti alle singole persone, ma anche costruendo condizioni sociali più giuste, servizi meno giudicanti, sostegni concreti alla genitorialità, diritti realmente accessibili, politiche sociali capaci di ridurre isolamento e precarietà, e spazi collettivi in cui le persone possano condividere esperienze, riconoscere problemi comuni e costruire insieme richieste di cambiamento rispetto alle condizioni che producono quelle difficoltà. Le vite delle persone non prendono forma da sole, si costruiscono dentro relazioni, condizioni materiali, possibilità concrete e modi diversi con cui le istituzioni guardano le persone, costruiscono sostegno oppure producono controllo. Ed è proprio per questo che le difficoltà raccontate in questo podcast non possono essere affrontate soltanto chiedendo alle singole madri di adattarsi, resistere o dimostrare di essere adeguate. Richiedono anche trasformazioni collettive, servizi capaci di costruire alleanze invece che distanza, politiche sociali che sostengano concretamente la genitorialità e spazi in cui le persone possano riconoscere che molte delle loro fatiche non sono colpe individuali, ma esperienze prodotte da condizioni sociali condivise. Forse è da qui che può iniziare un modo diverso di guardare queste storie. E anche un modo diverso di costruire il lavoro sociale. Avete ascoltato la nona puntata di FuoriPosto Madri, Sostanze e Sguardi che giudicano. Un podcast realizzato da Daniele Scarcelli, Rosalba Altopiedi e Chiara Bertone. Regia e design sonoro a cura di Minimadigitalia. Questo podcast non sarebbe stato possibile senza le madri che hanno co-costruito la ricerca e senza tutte le donne che hanno scelto di condividere con noi le loro esperienze. A loro va la nostra più profonda gratitudine.