Fuori Posto #8 Le sliding doors
In questa puntata ascolterete due storie messe a confronto. La prima è una storia reale, raccolta durante la ricerca. La seconda è una storia possibile, costruita a partire da ciò che è emerso nelle altre interviste. Non è una storia inventata, ma una sintesi fondata su esperienze reali. In questa fase abbiamo utilizzato anche strumenti di intelligenza artificiale, solo per riorganizzare materiali già analizzati e sempre sotto il controllo del gruppo di ricerca. Abbiamo scelto questo confront...
In questa puntata ascolterete due storie messe a confronto.
La prima è una storia reale, raccolta durante la ricerca.
La seconda è una storia possibile, costruita a partire da ciò che è emerso nelle altre interviste.
Non è una storia inventata, ma una sintesi fondata su esperienze reali.
In questa fase abbiamo utilizzato anche strumenti di intelligenza artificiale,
solo per riorganizzare materiali già analizzati e sempre sotto il controllo del gruppo di ricerca.
Abbiamo scelto questo confronto per rendere visibile un punto centrale del nostro lavoro: le traiettorie di vita non dipendono soltanto dalle sostanze o dalle scelte individuali.
A pratiche di consumo simili possono corrispondere esiti molto diversi, a seconda delle condizioni sociali, delle relazioni disponibili e delle risposte istituzionali incontrate nel tempo.
È questa la logica delle sliding doors: affiancare una storia reale a una storia possibile per mostrare come, a partire da condizioni simili, le vite possano prendere direzioni diverse.
Non è un esercizio di immaginazione.
È un modo per rendere visibile ciò che spesso resta sullo sfondo: il ruolo delle relazioni, delle risorse e delle istituzioni nella costruzione delle biografie
Fuori posto, madri, sostanze e sguardi che giudicano.
SPEAKER_00Siamo Rosalba Altopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarscelli, lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze e che indaga come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controlli.
SPEAKER_03Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale. Ottava puntata: le slide indoors.
SPEAKER_02In questa puntata ascolterete due storie messe a confronto. La prima è una storia reale, raccolta durante la ricerca, la secon è una storia possibile. Costruita a partire da ciò che è emerso nelle altre interviste, non è una storia inventata, ma una sintesi fondata su esperienze reali. In questa fase abbiamo utilizzato anche strumenti di intelligenza artificiale solo per riorganizzare materiali generalizzati e sempre sotto il controllo del gruppo di ricerca. Abbiamo scelto questo confronto per rendere visibile un punto centrale del nostro lavoro. Le traitorie di vita non dipendono soltanto dalle sostanze o dalle scelte individuali. Ma pratiche di consumo simili possono corrispondere esiti molto diversi a seconda delle condizioni sociali, delle relazioni disponibili e delle risposte istituzionali incontrate nel tempo. E questa la logica delle slide indoors: affiancare una storia reale a una storia possibile per mostrare come a partire da condizioni simili le vite possano prendere direzioni diverse. Non è un esercizio di immaginazione, è un modo per rendere visibile ciò che spesso resta sullo sfondo. Il ruolo delle relazioni, delle risorse e delle istituzioni nella costruzione delle biografie.
SPEAKER_04Fin dall'adolescenza ho convissuto con l'ansia. Poi quando mio padre si è lasciato con mia madre, sono diventata una ressica. E poi iniziato a frequentare Rave e a fare uso di sostanze. Molte sostanze. In alcune serate, arrivavo usare fino a sei sostanze diverse. HasCh, LSD, cocaina, MD, eroina, Oppio, chetamina, spettacolo. Era un periodo in cui il consumo faceva parte della mia vita sociale. Durante il primo anno di università sono rimasta incinta. Ho deciso di portare avanti la gravidanza. E dopo la nascita di mio figlio ho continuato a studiare. Frequentavo regolarmente i corsi, studiavo di notte e mi sono laureata la prima sessione utile occupandomi allo stesso tempo di mio figlio. In quel periodo ho continuato a usare sostanze durante i rave. Avevo così la necessità di uscire e tornare due giorni dopo, però il lunedì ero perfetta. Andavo all'università, nessuno avrebbe mai potuto dirmi nulla e in questo percorso è stata decisiva la presenza di mia madre. Mi ha sostenuta ogni giorno della gestione del bambino. Nei momenti in cui ero depressa, non avevo forse più preoccuparmi di tutto e interveniva lei. E lo stesso nei periodi di studio più intenso, ed è grazie a questo supporto che ho concluso l'università, sono riuscita a costruirmi un'identità professionale come infermiera, accedere al lavoro. E poi dopo la laurea, dopo aver raggiunto questo obiettivo, il mio corpo ha fatto boom! Mi sono buttata a letto senza forze per circa due anni ho sofferto di depressione e ansia. E anche in quel periodo. Mia madre ha continuato a garantire una base di sicurezza per mio figlio, assicurando continuità così, no nella cura quotidiana. Il consumo di sostanze è continuato, però l'ho regolato con delle regole precise. Non ho mai consumato in presenza di mio figlio, concentravo l'uso nel weekend quando lui era con suo padre. Tenevo sempre il telefono acceso, carico anche durante le feste per qualsiasi motivo perché poi mamma non smette mai di esserlo. Non tenevo sostanza in casa e durante la gravidanza ho interrotto l'uso della chetamina. Ho continuato solo con tabacco e benzogia zipine prescritte. Dopo il parto mi sono rivolta al sard per chiedere aiuto, anche se ci ho messo molto tempo prima di rivolgermi al sard perché avevo paura che potesse cambiare qualcosa che mio figlio potesse subire qualcosa. Il rapporto con la psichiatra e con l'educatrice è stato positivo. Mi sono sentita riconosciuta nella mia identità professionale di infermiera. Si confrontavano con me su cosa darmi. E quando mi è stato proposto un incontro con l'assistente sociale ho rifiutato. Ho interrotto il percorso. Non volevo che si infilassero nel rapporto con mio figlio. Mio figlio non è mai stato minimamente trascurato. Ho tentato un ricovero volontario in comunità poi in seguito, però ho abbandonato dopo poco tempo perché c'era prescrizione di molti farmaci che mi sembrava eccessiva. Negli anni il consumo di cocaina è continuato, però alternato anche a lunghi periodi di sospensione e poi a delle ricadute. Su di me ha un effetto calmante. Ho messo in atto strategie per ridurre e controllarne l'uso, è come confidarmi con persone fidate che potessero frenarmi nei momenti critici. E negli ultimi tempi sono riuscita a separare ancora di più i momenti di uso dalla quotidiane. Ho mantenuto sempre un rapporto affettivo molto stretto con mio figlio. E ogni giorno l'ho rassicurato del mio amore, della mia presenza anche nei momenti di depressione. La mia rete familiare piccola, però efficace, ma soprattutto grazie a mia madre. Il fatto che fosse sempre mia mamma accompagnare ad andare a prendere il mio figlio ha reso tutto normale agli occhi degli altri. Sono abituata a vedere lui con lei fin da quando aveva pochi mesi. Io lavoravo come libera professionista, potevo esserci o non esserci, e nessuno metteva in dubbio la mia presenza. In questo modo la mia fatica non si vedeva. Ho avuto il tempo di stare male, di deprimermi senza che questo significasse mancare a mio figlio, e le sostanze sono state per me sì una fonte di danno, però anche una modalità di sfogo di resistenza nei momenti di forte pressione. Io so che se mi fosse stato tolto mio figlio, io forse mi sarei uccisa, non l'avrei sopportato, ecco, penso che questa cosa avrebbe distrutto la mia vita e sarebbe stata quella nient'altro. Il cambiamento più importante è avvenuto attraverso un clic nella testa, qualcosa che non poteva arrivare dall'esterno, fino dall'adolescenza ho convivuto con l'ansia. Que mio padre si è lasciato con mia madre, sono diventata anoressica. Crescendo poi ho iniziato a frequentare, a fare uso di sostanze, molte sostanze. In alcune serate arrivavo a usarne fino a sei: sei diverse. Ascelse di cocaina, MD, Spider, Rina o più che tammina. Era un periodo in cui il consumo faceva parte della mia vita sociale. Durante il primo anno di università sono rimasta incinta e ho deciso di portare avanti la gravidanza. Dopo la gravidanza e la nascita di mio figlio, ho cercato di continuare gli studi universitari, però ero sola. Non potendo contare sul sostegno di nessuno, neanche dei miei genitori, non sono riuscita a conciliare la maternità con lo studio, perché la gestione del bambino era interamente sulle mie spalle. Le notti insonni, la depressione, la mancanza di aiuto mi hanno impedito di frequentare regolarmente i corsi così non sono riuscita. Non sono riuscita a laurearmi. L'assenza della laurea non mi ha permesso di fare l'infermiera, neanche di trovare altri lavori qualificati. E mi sono ritrovata così, senza stabilità economica, soprattutto senza la possibilità di presentarmi con una posizione sociale riconosciuta. Col passare degli anni la depressione si è aggravata e non avendo reti di sostegno, i momenti in cui non riuscivo a occuparmi di mio figlio sono diventati visibili. Cioè, si vedeva, per esempio, a volte non andavo in ritardo a prendere, non riuscivo a andare in orario all'uscita della scuola materna. E poi la depressione, poi l'uso di sostanze ha cominciato pian piano a non essere confinato al weekend. Non potendo contare su momenti in cui mio figlio potesse essere affidato ad altro, il consumo ha cominciato ad avere un impatto anche sulla mia vita familiare, no e le insegnanti così hanno segnalato le assenze e le trascuratezze le hanno segnalate. Il conflitto col padre di mio figlio si acuito. Lì ha utilizzato tutte queste difficoltà per presentare denunce, denunce, varie segnalazioni, a quel punto sono entrate insieme i servizi sociali e da lì la loro lettura della mia situazione si è concentrata esclusivamente su di me come persona. Mi sono sentita trattata come una madre inadeguata, come una persona con problemi psicologici, incapace di prendersi cura del proprio figlio, e ho cominciato a sentirmi sotto osservazione controllata. Quindi hanno raccolto informazioni dalla scuola, dai vicini, dal padre di mio figlio e hanno costruito di me un'immagine in cui io però non mi riconoscevo. Quello che vedevano era solo me come se tutto dipendesse da me. La depressione, l'uso di sostanze, il fatto che non lavorassi. Venivano messi insieme a letti come se fossero tutti difetti miei. Prove che non ero in grado di fare la madre. Non avevo un lavoro, non avevo persone che mi sostenessero, quindi non avevo nemmeno la forza o gli strumenti per difendermi. Pian piano è passata l'idea che fossi fragile e quindi pericolosa per mio figlio, io non sono riuscita a fermare questo modo di guardarmi. Il rapporto con gli operatori non mi ha offerto spazi di riconoscimento, cioè mi sono sentita messa dentro una categoria come una delle tante madri tossiche con cui avevano a che fare. Senza che la mia storia contasse davvero, facendo di tutta l'erba un fascio. Il tentativo di entrare in comunità è diventato un'esperienza in cui non avevo voce. Mi davano farmaci, decidevano per me e mi sentivo schiacciata dopo un po' me ne sono andata via. Poi sono arrivate le decisioni: la depressione, l'uso di sostanze, il fatto che non lavorassi, il conflitto col padre di mio figlio, il fatto che avesse interrotto il programma in comunità. Hanno messo tutto insieme come prove che io non ero una madre adatta. E così mio figlio è stato allontanato e non sono riuscita. Non sono riuscita a fermare questo modo di raccontare la mia storia che mi ha trasformata così in una cattiva Madre, le due storie che avete ascoltato partono da condizioni molto simili.
SPEAKER_02In entrambe troviamo un consumo iniziato in adolescenza, l'ingresso nella maternità in una fase precoce della vita e la presenza di momenti difficili. Eppure i percorsi prendono direzioni diverse. Questa differenza non si spiega guardando solo alle sostanze, e non si spiega guardando solo alla persona. Raconta il modo in cui nel tempo si intrecciano relazioni di supporto, risorse disponibili e interventi istituzionali. Nella prima storia c'è una rete familiare stabile, un aiuto concreto che rende più sostenibile la cura del bambino anche nei momenti più faticosi. Questo supporto permette di organizzare la quotidianità, dividere il peso della cura, mantenere continuità nella presenza genitoriale e tenere il consumo entro limiti compatibili con la vita familiare. Ma quella rete non offre solo aiuto pratico, crea anche legami, responsabilità, aspettative reciproche. È dentro questa trama di ruoli e relazioni che il consumo tende a essere regolato. Quando ci sono persone su cui contare, impegni da mantenere e legami da custodire, diventa più possibile contenere ciò che rischia di travolgere il resto della vita. In questa situazione le difficoltà non si traducono in una rottura della cura, né in una messa in crisi della relazione con il figlio e non attivano interventi istituzionali. Nella seconda storia quella rete manca. La cura ricade quasi interamente sulla madre. I margini si restringono, le difficoltà pesano di più. Mancano relazioni stabili capaci di sostenere, contenere e orientare la vita quotidiana. In questa situazione diventa più difficile tenere insieme la cura del figlio, la gestione del consumo, la continuità negli impegni e la costruzione di percorsi di autonomia. Anche il consumo diventa meno regolabile perché manca un contesto di legami che aiuti a contenerlo e a renderlo compatibile con la cura. In questo modo il consumo interferisce più facilmente con la vita quotidiana e con l'organizzazione della cura. Le difficoltà si aggravano e aumentano le probabilità di intervento dei servizi. Una volta entrate in questo circuito, quelle stesse difficoltà rischiano di essere lette soprattutto come problema della madre, più che come effetto della mancanza di risorse e di supporti. Da quel momento le condizioni di vita e il modo in cui intervengono i servizi incidono sempre di più su ciò che, concretamente, una madre può fare ogni giorno: prendersi cura del figlio, gestire il proprio tempo, cercare lavoro, costruire autonomia, fino ad arrivare in alcuni casi all'allontanamento del figlio. Queste storie mostrano allora un punto decisivo. La possibilità di prendersi cura non è una qualità fissa della persona, ma si costruisce o si indebolisce nel tempo. Per questo il punto non è chiedersi in astratto se una madre sia adeguata oppure no. Il punto è capire quali condizioni rendono possibile la cura e quali invece la mettono in crisi. È qui che si gioca una questione centrale anche per il lavoro sociale. Riconoscere le persone come soggetti capaci di comprendere e governare la propria esperienza, oppure ridurre a oggetti di valutazione e controllo. Le due storie non offrono una soluzione semplice, ma rendono visibile una cosa essenziale. Ciò che accade nelle vite delle persone non nasce mai da un solo fattore, ma dall'intreccio tra relazioni, risorse e forme dell'intervento istituzionale. Avete ascoltato l'ottava puntata di Fuoriposto, Madri, sostanze e sguardi che giudicano, un podcast realizzato da Daniele Scarscelli, Rosalba Altopiedi e Chiara Bertone. Ringraziamo Marina Vettorato per aver stato la voce alla storia di questa puntata. Regia e design sonoro sono ancora di minimadigitalia.