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Oct. 22, 2026

Fuori Posto #7 La strada e il ritorno

Fuori Posto #7 La strada e il ritorno
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Fuori Posto #7 La strada e il ritorno
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Questa storia attraversa molti anni, ma inizia in un punto molto preciso. La protagonista ha diciassette anni quando resta incinta. Vive in una casa segnata dalla violenza e dall’alcol. Non c’è uno spazio che protegge, non c’è una rete che sostenga. La gravidanza arriva così, dentro un contesto che respinge e dentro istituzioni che entrano presto nella sua vita. Fin dall’inizio, il suo percorso non si costruisce solo a partire da ciò che fa lei. Si costruisce nell’intreccio con la vita degli ...

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Season 1
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Questa storia attraversa molti anni, ma inizia in un punto molto preciso.

La protagonista ha diciassette anni quando resta incinta.
Vive in una casa segnata dalla violenza e dall’alcol.
Non c’è uno spazio che protegge, non c’è una rete che sostenga.

La gravidanza arriva così, dentro un contesto che respinge e dentro istituzioni che entrano presto nella sua vita.

Fin dall’inizio, il suo percorso non si costruisce solo a partire da ciò che fa lei.
Si costruisce nell’intreccio con la vita degli altri: un padre violento, una madre impotente, operatori, giudici, comunità.

Qui la maternità non è solo un fatto personale.
È una questione pubblica, osservata, valutata, decisa.
E alcune decisioni - come l’allontanamento del figlio - non sono semplici passaggi,
ma svolte che orientano tutto ciò che viene dopo.

Ascoltandola, vi invitiamo a non chiedervi solo “che cosa ha fatto”, ma dentro quali condizioni lo ha fatto, e quali possibilità aveva davvero in quel momento.

SPEAKER_02 0:08

Moriposito, madri, sostanze e sguardi che giudicano. Siamo Rosal Baltopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarcelli.

SPEAKER_00 0:17

Lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze e che indaglia come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controlli.

SPEAKER_03 0:38

Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale. Settima puntata. La strada e il ritorno. Questa storia attraversa molti anni ma inizia in un punto molto preciso. La protagonista ha 17 anni quando resta incinta. Vive in una casa assegnata dalla violenza e dall'alcol. Non c'è uno spazio che protegge, non c'è una rete che sostenga. La gravidanza arriva così dentro un contesto che respinge e dentro istituzioni che entrano presto nella sua vita. Fin dall'inizio il suo percorso non si costruisce solo a partire da ciò che fa lei. Si costruisce nell'intreccio con la vita degli altri: un padre violento, una madre impotente, operatori, giudici, comunità. Qui la maternità non è solo un fatto personale, è una questione pubblica, osservata, valutata, decisa. E alcune decisioni, come l'allontanamento del figlio, non sono semplici passaggi, ma svolte che orientano tutto ciò che viene dopo. Ascoltandola vi invitiamo a non chiedervi solo che cosa ha fatto, ma dentro quali condizioni lo ha fatto e quali possibilità aveva davvero in quel momento.

SPEAKER_01 2:13

Sono del 1968 e quando sono rimasta incinta avevo 16 anni. Erano i primi anni 80. A casa non si stava bene. Mio padre beveva, gridava, picchiava. Mia madre cercava di tenerlo buono ma non ci riusciva. Quando ha saputo che ero incinta, mio padre mi è cacciata di casa. È arrivata l'assistente sociale da lì la casa famiglia per ragazze madri. Era il 1984, il padre del bambino era in carcere. In quella casa facevamo i turni in cucina e in lavanderia, si viveva per regole. Quando è nato mio figlio all'inizio non volevo vederlo, poi si è attaccato a me e non mi lasciava più. Ma io avevo paura, non mi sentivo capace. Con un'altra ragazza ho cominciato a prendere pasticche, anfetamine e anche cannabis. Arrivavo impasticata, ridevo di tutto. Gli operatori se ne sono accorti e hanno fatto una segnalazione. Hanno scritto che maltrattavo mio figlio. Non era vero, ma avevo 17 anni e mi facevo e bastava questo per dire che non ero una madre adatta. Un giorno sono andata all'asilo e non c'era più. Lo avevano portato via. L'ultima immagine lui alla finestra che grida mamma. Poi il giudice la firma l'adozione. Ero sola, non avevo nessuno che potesse aiutarmi. Da lì è cominciata la strada. 11 anni tra stazioni, macchine, notti al freddo, sostanze e carcere. Mi facevo, bevevo, cercavo soldi come potevo. A volte trovavo un lavoro, poi ricadevo. Ho conosciuto comunità di tutti i tipi: alcune utili e altre violente. In una comunità mi fecero scrivere su un quaderno le prime volte, anche quella sessuale. Dicevano che serviva a lavorare su di sé, ma per me era solo un modo per mettere le persone a nudo. Io avevo bisogno di capire come smettere di farmi, non di raccontare la mia intimità davanti a tutti. Mi sentivo umiliata, controllata. Le punizioni, le ore in piedi, la pasta fredda come esempio di disciplina non servivano a niente se non a farmi sentire meno umana. Una notte presi i miei sachi e scappai. In un'altra comunità invece mi trovai meglio, piscina, palestra, turni in cucina, momenti di gruppo più rispettosi e io ho cominciato a rimettere insieme qualcosa, anche se continuavo a fumare e a bere di nascosto. Non ero pronta, ma almeno non avevo paura. Poi ho conosciuto un uomo: beveva più di me. Con lui ho vissuto violenza, paura, ospedali. Quando ero in coma per l'alcol veniva a trovarmi ubriaco. Poi è finito in carcere. Io lo andavo a trovare, gli portavo da mangiare e i vestiti. Non riuscivo a lasciarlo. Era come se la dipendenza avesse preso anche le relazioni. Negli anni ho incontrato molti operatori, alcuni freddi, altri capaci di ascoltare. M, l'assistente sociale, mi ha aiutata a rimettere insieme i pezzi. Mi diceva che con l'alcol mi stavo rovinando più che con la droga. Abbiamo lavorato su cose semplici: orari, medicine, soldi, persone da tenere lontane. Quando cadevo si ricominciava, senza farmi vergognare. Per un periodo ho vissuto in una cascina dove affittavano stanze a chi aveva problemi. Nessun progetto, solo gente che beveva o si faceva. Pagavi e stavi lì. E lì ho capito che se non mettevo io dei confini nessuno l'avrebbe fatto per me. Oggi ho 60 anni e una casa mia. Piccola ma è mia. Ho il mio cane, simba, e finalmente delle giornate normali. Bevo ogni tanto, ma so quando fermarmi. Non voglio più gente in casa, non voglio farmi usare. Ogni 8 maggio penso a mio figlio. Oggi avrà più di 40 anni. Non lo cerco, non voglio entrare nella sua vita dopo tutto questo tempo. Spero solo che non gli abbiano detto che sua madre era solo una tossica. Ho sbagliato tanto, ma non sono rimasta lì. Non parlo di guarire, parlo di stare meglio. So cosa mi fa cadere e cosa mi tiene in piedi. La casa in ordine, i farmaci presi, il cane portato fuori. Nessuno che mi metta confusione intorno. Quando riesco a fare questo significa che sto andando avanti. Non cerco giustificazioni né controlli. Mi basta che mi lasci vivere come so fare. Dopo 40 anni, questo è il mio modo di restare viva.

SPEAKER_03 7:17

Questa storia non è il racconto di una caduta. È il racconto di una traiettoria che prende forma molto presto. Tra vincoli, mancanze e interventi che chiudono più strade di quante ne aprono. La protagonista ha 17 anni. Viene cacciata di casa, non ha una rete che la protegga. La gravidanza arriva in un contesto che spelle e giudica. Quando entrano le istituzioni, non trovano una giovane madre da accompagnare, ma un rischio da gestire. Le regole, le segnalazioni, le valutazioni prendono il posto delle alternative. È una decisione irreversibile, l'allontanamento del figlio, diventa il punto di svolta che orienta tutto ciò che viene dopo. Da lì la strada non è una scelta individuale, è una direzione resa possibile da ciò che è stato chiuso prima. La possibilità di imparare a fare la madre, di sbagliare senza perdere tutto, di essere sostenuta invece che sostituita. Questa storia ci mostra che il problema non è solo l'uso di sostanze. È cosa succede quando una ragazza cresce senza protezione incontra istituzioni che intervengono presto ma senza lasciare margini. Eppure anche qui la vita non si ferma del tutto. Il ritorno non è una redenzione, ma la costruzione lenta di un equilibrio possibile: una casa, confini, giornate che tengono. Questa storia ci ricorda che le biografie non sono solo il risultato di scelte personali, sono anche il prodotto di contesti che spingono, di decisioni che arrivano prima che si possa davvero scegliere. Le vite non si costruiscono da sole, si intrecciano con quelle degli altri, con famiglie che proteggono o respingono, con istituzioni che aprono strade o le chiudono. Anche l'agire, la forza, la capacità di rimettersi in piedi non nascono nel vuoto. Dipendono da chi c'è intorno, da quando arriva l'aiuto, da che forma prende. Guardare così storie come questa non significa togliere responsabilità alle persone. Significa restituire complessità alle vite. Avete ascoltato la settima puntata di Fuoriposto. Madri, sostanze e sguardi che giudicano. Un podcast realizzato da Daniele Scarcelli, Rosalba Altochiedi e Chiara Bertone. Ringraziamo Marida Brusoni per aver prestato la voce alla storia di questa puntata. Regia e design sonoro a cura di minima digitale.

Fuori Posto

Madri, sostanze, sguardi che giudicano. Maternità, uso di sostanze e servizi sociali sono al centro di Fuori Posto, un podcast di ricerca che racconta le esperienze di madri troppo spesso definite attraverso stereotipi, stigma e giudizi.

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