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Oct. 22, 2026

Fuori Posto #6 Segnata dalla cartella

Fuori Posto #6 Segnata dalla cartella
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Fuori Posto #6 Segnata dalla cartella
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Nella storia precedente abbiamo ascoltato una maternità che funziona, ma che resta in silenzio per proteggersi. Una normalità che c’è, ma che non può essere detta. Questa storia mostra cosa può succedere quando quel silenzio si rompe. Quando una donna decide di parlare, di essere trasparente, fidandosi delle istituzioni. La protagonista non usa più sostanze da anni. La gravidanza è cercata, voluta, serena. Quando le chiedono del passato, risponde con sincerità. Pensa che dire la verità sia la...

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Season 1
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Nella storia precedente abbiamo ascoltato una maternità che funziona,
ma che resta in silenzio per proteggersi.
Una normalità che c’è, ma che non può essere detta.

Questa storia mostra cosa può succedere quando quel silenzio si rompe.
Quando una donna decide di parlare, di essere trasparente, fidandosi delle istituzioni.

La protagonista non usa più sostanze da anni. La gravidanza è cercata, voluta, serena. Quando le chiedono del passato, risponde con sincerità.
Pensa che dire la verità sia la cosa giusta.

All’inizio lo è. Poi una parola viene scritta su una cartella.

Da quel momento, quella parola cambia tutto.
Non è solo una nota clinica. È uno sguardo che si trasforma.

Quella madre comincia a essere vista prima di tutto come una madre a rischio, definita dal suo passato di consumo.

Non importa più quello che fa, importa quello che quella parola fa vedere agli altri.

Questa è una storia in cui una definizione prende il sopravvento sulla persona.
E in cui la maternità, da esperienza di fiducia, si trasforma in qualcosa da dimostrare.

Ascoltandola, vi invitiamo a tenere a mente questa domanda:
che cosa succede quando non è più una donna a essere guardata,
ma l’etichetta che la precede?

SPEAKER_03 0:08

Riposito, madri, sostanze e sguardi che giudicano.

SPEAKER_00 0:12

Siamo Rosalba Altopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarcelli, lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica, realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze. E che indaga come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controlli.

SPEAKER_02 0:38

Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale. Sesta puntata segnata dalla cartella. Nella storia precedente abbiamo ascoltato una maternità che funziona ma che resta in silenzio per proteggersi. Una normalità che c'è, ma che non può essere detta. La storia di questa puntata mostra cosa può succedere quando quel silenzio si rompe, quando una donna decide di parlare, di essere trasparente, fidandosi delle istituzioni. La protagonista non usa più sostanze da anni. La gravidanza è cercata, voluta, serena. Quando le chiedono del passato risponde con sincerità. Pensa che dire la verità sia la cosa giusta. All'inizio lo è. Poi una parola viene scritta su una cartella. Da quel momento quella parola cambia tutto. Non è solo una nota clinica, è uno sguardo che si trasforma. Quella madre comincia a essere vista prima di tutto come una madre a rischio definita dal suo passato di consumo. Non importa più quello che fa, importa ciò che quella parola fa vedere agli altri. Questa è una storia in cui una definizione prende il sopravvento sulla persona, e in cui la maternità da esperienza di fiducia si trasforma in qualcosa da dimostrare. Ascoltandola vi invitiamo a tenere a mente questa domanda. Che cosa succede quando non è più una donna ad essere guardata, ma l'etichetta che la precede?

SPEAKER_01 2:33

Quando ho deciso di avere un figlio, non usavo più da anni. Avevo smesso molto prima di restare incinta, perché a un certo punto della vita cambi tutto: il lavoro, i ritmi, le priorità. L'uso era rimasto nei ricordi dell'università e delle serate. Coccaina o ecstasi qualche volta, sempre in compagnia, mai da sola, mai per bisogno. Non mi ero mai sentita dipendente. Per me era un modo per stare sveglia, ridere di più, sentirmi parte di qualcosa, poi basta. Quando ho pensato a un figlio, quel mondo era già alle spalle. Ero serena, la gravidanza era cercata e voluta. Alla prima visita, quando mi hanno chiesto se avessi mai fatto uso di sostanze, ho risposto di sì. Senza esitazioni, con naturalezza. Ho pensato che dire la verità fosse la cosa giusta, che servisse a tutelare me e il bambino. L'ostetrica ha annotato. Uso occasionale, passato. Nessun problema, tutto regolare. Finché il mio percorso è rimasto al consultorio, nessuno mi ha guardata in modo strano. I valori erano perfetti, la gravidanza fisiologica. Poi, al settimo mese, sono stata presa in carico dall'ospedale per il parto e lì è cambiato tutto. Alla prima visita mi hanno detto che la mia cartella era stata segnalata. Ci sarà bisogno di altri accertamenti, ha detto la Ginecologa. Io ho risposto con calma. Va bene, tanto non ho nulla da nascondere. Da quel momento ogni incontro è diventato un interrogatorio. Chi ero, quanto avevo usato, come, con chi. Alla fine di ogni visita mi mettevano in mano un barattolino. Faccia la pipì qui dentro, due volte, tre volte, senza spiegazioni. Io continuavo a dire: ma guardate che è tutto negativo, potete controllare. Le analisi lo confermavano, ma non bastava. Non possiamo essere certi che lei non usi, mi hanno detto. E poi la frase che non dimenticherò mai. Lei non partorirà qui. La mia gravidanza da fisiologica era diventata a rischio. E non per motivi medici, ma per un'etichetta. Sulla cartella avevano scritto dipendenza da cocaina. Una parola che non avevo mai pronunciato, un giudizio che cancellava la mia storia, la mia trasparenza, la mia maternità. Ho chiesto spiegazioni, ma la risposta è stata solo è terminologia medica. Da quel momento ho iniziato a piangere ogni giorno. Non dormivo, pensavo che potessero portarmi via il bambino che mi facessero un TSO. Ogni visita era un esame di colpevolezza preventiva, stessi sguardi, stesse domande, come se aspettassero che mi contraddicessi. Quando ho provato a portare perfino l'esame del capello negativo, lo hanno guardato appena come se non valesse niente. Mi sono sentita invisibile. Ho pensato perfino di cambiare ospedale, ma ero all'ottavo mese, troppo tardi per ricominciare da capo. Quando è nato mio figlio, il sollievo è durato poco. Appena lo stretto mi hanno detto ora va al nido! Cinque ore senza vederlo. Poi ho saputo che gli stavano facendo il test delle urine per le droghe a due giorni di vita. Tutto negativo, ovviamente, ma nessuno si è scusato. Solo più tardi, un assistente sociale mi ha chiamata in una stanza e ha iniziato con le stesse domande di sempre, fino alla minaccia esplicita: Se non si fa seguire dal cert, passeremo tutto al tribunale dei minori. Io avevo già detto di sì, ma lo ripetevano come un avvertimento. Il mio compagno, convocato subito dopo, si è sentito chiedere se avesse mai fumato con me. Se i nostri genitori sapessero che facevamo uso. Sembrava che cercassero qualcosa da scrivere, non da capire. Le analisi del bambino erano negative, ma nella mia cartella restava quella parola: dipendenza. E da lì è partito tutto il resto. Colloqui obbligatori, visite settimanali al consultorio, un percorso al sard che si è chiuse in fretta solo perché un'operatrice ha capito che non aveva senso. Mi chiedevo ogni volta ma cosa devo fare per dimostrare che sto bene? La verità è che non potevo fare niente, perché la colpa non era mia, era scritta sulla carta. Era la mia trasparenza essermi costata tutto. Durante il parto, e nei giorni successivi, ho avuto paura. Non del dolore, ma delle persone intorno. Ogni sorriso, ogni gesto, ogni visita mi sembrava una verifica. Avevo la sensazione di essere sotto osservazione costante, come se ogni mia parola potesse essere usata contro di me. E mentre cercavo di imparare a essere madre, mi sentivo privata della fiducia più elementare, quella di essere creduta. Quando tutto è finito, ho tolto dalla cartella del mio bambino il foglio con scritto test sostanze negativo. Non volevo che rimanesse lì come un marchio da trasmettere. Ho smesso di andare ai controlli obbligatori, ho detto basta! Non perché avessi qualcosa da nascondere, ma perché volevo tornare a essere una persona intera, non un caso da seguire. Ancora oggi. Ogni volta che entro in ospedale, mi torno addosso quella paura. Paura di essere giudicata prima ancora di aprire bocca. Paura che la mia storia venga ridotta a una sola parola. Mi chiedo cosa dovrò dire se avrò un altro figlio. Dire la verità e rivivere tutto, o tacere per difendermi. So solo che la sincerità non dovrebbe essere un rischio. Ho imparato che ci sono occhi che non vedono le persone, ma le categorie, e che basta una riga scritta matita, tossicodipendente, per cancellare mesi di equilibrio, di cura, di vita normale. Io ho fatto tutto bene, eppure sono stata trattata come una colpevole. La mia maternità è cominciata così. Sotto osservazione, sotto sospetto, e forse a modo suo non è ancora finita.

SPEAKER_02 9:32

Questa storia mostra cosa succede quando una parola clinica prende il comando. Una parola scritta su una cartella che non resta una nota tra le altre, ma diventa il modo principale di guardare a quella madre. Da quel momento tutto viene letto così. Se hai usato in passato, potresti usare ancora. Se hai usato, il rischio resta sempre lì: anche quando gli esami sono negativi, anche quando la vita è cambiata. È uno sguardo che vede il consumo di droghe come se fosse scritto nel corpo, nel cervello, è pronto a riattivarsi in ogni momento. La storia della persona conta meno della diagnosi. Dentro questo modo di guardare la maternità diventa automaticamente fragile. Non perché ci siano segnali concreti, ma perché la sostanza è l'elemento centrale. Così la protagonista non è più una donna che sta bene, è una madre a rischio. Ogni controllo serve a verificare qualcosa che è già stato deciso. In questo quadro la maternità non è più un'esperienza da accompagnare, ma un problema da monitorare. La fiducia non è data, va dimostrata continuamente. Ed è qui che questa storia si collega a quella precedente. Lì il silenzio era una forma di protezione, qui la trasparenza diventa pericolosa. Non perché dire la verità sia sbagliato, ma perché dentro questo sguardo clinico una categoria può diventare definitiva. La domanda che questa storia ci pone è semplice e difficile insieme. Che spazio c'è per le persone quando una diagnosi prende il comando? Avete ascoltato la sesta puntata di Fuoriposto, Madri, Sostanze e Sguardi che giudicano. Un podcast realizzato da Daniele Scarscelli, Rosal Baltepiedi e Chiara Bertone. Ringraziamo Katia Bonifaci per aver prestato la voce alla storia di questa puntata. Regia e design sonoro, a cura di minima digitale.

Fuori Posto

Madri, sostanze, sguardi che giudicano. Maternità, uso di sostanze e servizi sociali sono al centro di Fuori Posto, un podcast di ricerca che racconta le esperienze di madri troppo spesso definite attraverso stereotipi, stigma e giudizi.

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