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Oct. 22, 2026

Fuori Posto #5 Uso e normalità

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Fuori Posto #5 Uso e normalità
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Season 1
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Questa storia racconta una forma di consumo che raramente entra nel dibattito pubblico sulla maternità.
Non perché sia rara, ma perché resta silenziosa.

La protagonista usa cannabis da molti anni.
Non come fuga, non come trasgressione, ma come parte della sua vita quotidiana.
Un modo per rallentare, per chiudere la giornata, per respirare.

Quando arriva la gravidanza, smette subito.
Senza imposizioni, senza controlli, senza interventi esterni.
Smette perché sente che è il momento giusto.
E riprende solo più tardi, quando tutto è stabile, con regole precise e confini chiari.

In questa storia non ci sono servizi, segnalazioni, comunità, perché l’uso resta regolato, circoscritto, compatibile con la cura, il lavoro, la vita quotidiana.

Ascoltando questa storia, vi invitiamo a guardare non solo l’uso di cannabis,
ma il lavoro quotidiano che serve per tenere insieme questa normalità.

SPEAKER_01 0:07

Fuori posto, madri, sostanze e sguardi che giudicano.

SPEAKER_00 0:12

Siamo Rosal Baltopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarscelli, lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze e che indaga come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controlli.

SPEAKER_02 0:38

Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale.

SPEAKER_01 0:45

Quinta puntata. Uso e normalità. Questa storia racconta una forma di consumo che raramente entra nel dibattito pubblico sulla maternità. Non perché sia rara, ma perché resta silenziosa. La protagonista usa cannabis da molti anni, non come fuga, non come trasgressione, ma come parte della sua vita quotidiana. Un modo per rallentare, per chiudere la giornata o per respirare. Quando arriva la gravidanza smette subito, senza imposizioni, senza controlli, senza interventi esterni. Smette perché sente che è il momento giusto e riprende solo più tardi quando tutto è stabile, con regole precise e con fini chiari. In questa storia non ci sono servizi, segnalazioni, comunità. Perché l'uso resta regolato, circoscritto, compatibile con la cura, il lavoro, la vita quotidiana. Ascoltando questa storia, vi invitiamo a guardare non solo l'uso di cannabis, ma il lavoro quotidiano che serve per tenere insieme questa normalità.

SPEAKER_03 2:24

Ho iniziato a fumare da ragazza poco dopo il liceo. Le prime volte erano feste, amici, curiosità. Un tiro, due risate, la musica che copriva tutto. Non cercavo niente di particolare. Mi piaceva la sensazione di calma, di rallentamento. Poi negli anni è rimasta come una cosa che andava e veniva, periodi lunghisenza, poi fasi quotidiane. Secondo la compagnia, il lavoro, la disponibilità. Non ho mai usato altro, a parte qualche esperimento isolato da adolescente. La cannabis è sempre stata l'unica cosa che ho sentito mia. Un modo per chiudere la giornata, per ritrovare una temperatura più bassa. Quando sono rimasta incinta, ho smesso subito. È stato istintivo, non una decisione ragionata. Ho fatto il testo al mattino e la sera non ho più fumato. Non servivano raccomandazioni. C'era qualcuno dentro di me e la priorità si è spostata tutta lì. Durante la gravidanza non ne ho sentito il bisogno. Il corpo era già pieno di cambiamenti e di stanchezze nuove. Ho continuato a lavorare quasi fino al parto, cercando di fare tutto bene. Le visite, l'alimentazione, gli orari. Non volevo che qualcuno potesse dire che non ero una madre attenta. Ho smesso anche durante l'allattamento. Solo dopo, quando tutto si è stabilizzato, ho ripreso con misura. Mi ricordo ancora quella prima sera. La casa silenziosa. La bambina che dormiva, un bicchiere d'acqua, una canna piccola. Mi sono detta: beh, può tornare a far parte della mia vita, ma modo mio. Ora è così. Dopo cena, finestre aperte, due tiri sul terrazzo. Mai in casa, mai davanti ai bambini. È il mio modo per chiudere la giornata. Come altri si versano un bicchiere di vino. Non mi serve per evadere, ma per restare più calma, più centrata. A volte mi aiuta anche a essere più presente. Mi fa ridere con loro, mi fa ascoltare meglio. So quando fermarmi. Se la giornata è stata pesante o se devo guidare l'indomani, non lo faccio. Tengo sempre il telefono acceso e la testa disponibile. È una questione di limiti, non di divieti. So che la differenza tra uso e abuso sta lì. Il mio compagno fuma anche lui. È diventato un rito condiviso, una pausa che ci tiene in contatto. A volte parliamo del lavoro, altri restiamo in silenzio. Ci capita di fumare insieme fuori casa d'estate, quando i bambini dormono dai nonni. Non è una trasgressione, è un modo per ritrovare un pezzetto nosso dentro giornate che altrimenti si mangerebbero tutto. C'è chi va a correre, chi beve, noi fumiamo. E il mattino dopo siamo in piedi. Sveglia preparare colazioni e zaini. Tutto funziona. Con i figli tengo la linea della discrezione. Sono ancora piccoli, non sanno nulla. Quando cresceranno, voglio poter spiegare con parole chiare che cosa sia una sostanza. La differenza tra legale e illegale, tra uso e abuso. Vorrei che sapessero che anche gli adulti devono imparare a regolarsi, non a negare. Ma finché il contesto è questo, preferisco non espormi. Non voglio rischiare che una parola detta a scuola si trasformi in un'etichetta. Non mi sento in colpo. Mi sento prudente. So come è fatta la nostra società. Bere è normale, fumare no. Nel mio ambiente di lavoro bastano due frasi per essere catalogata. E quando una madre viene etichettata non ne esce più. Ho paura che una parola fuori posto, una confidenza sbagliata, possano aprire porte che non si richiudono più. Ho visto colleghi commentare con leggerezza storie di utenti che fumano con i figli in casa, come se bastasse questo per sapere chi sono, e so che anche i servizi a volte, invece di aiutare, controllano. Per questo preferisco cavarmela da sola, senza spiegazioni. La mia protezione è la mia normalità. Funzionare, lavorare, essere presente, non dare motivo di sospetto. A volte la sera mi fermo a pensare che tutto questo silenzio è faticoso. E sarebbe bello poter dire sì fumo, ma sto bene. Anche i miei figli stanno bene. Invece no, non si può. Per questo tengo tutto dentro uno spazio preciso, piccolo, che non interferisca con il resto. Non mi fa male, non mi impedisce di essere madre, non mi toglie lucidità. Mi serve a respirare e in fondo credo che ogni madre abbia bisogno di un modo per farlo. La mia vita è ordinata: lavoro, figli, casa, pause brevi. La mia forma di equilibrio passa da lì. Niente eccessi, niente ostentazione. Una normalità riservata, silenziosa, che resta nascosta per poter continuare a esistere. Quando spengo la luce, apro la finestra, mi basta un minuto di quiete. Due tiri. Aria fresca. Puoi dormire. Domani ricomincia tutto e io sarò pronta. Lucida, presente, madre come sempre.

SPEAKER_01 8:21

Questa storia ci mostra un uso regolato, circoscritto, compatibile con la vita quotidiana. La protagonista lavora, si prende cura dei figli. Tiene insieme casa e relazioni. L'uso di cannabis non mette in discussione la sua presenza come madre. È inserito in confini chiari, scelti e rispettati. Eppure questa normalità non può essere detta apertamente. Non perché ci sia qualcosa che non va, ma perché il contesto non lo permette. Qui non è il consumo a creare il problema, è il rischio di essere etichettate. Il timore che una parola fuori posto, una confidenza sbagliata possano trasformare una pratica regolata in un sospetto. Per questo la protagonista sceglie il silenzio, non come rinuncia, ma come protezione. La sua strategia è la discrezione. Non esporsi, non spiegarsi, non dare motivo di essere guardata. Questa storia ci parla allora di una normalità fragile, non perché non funzioni, ma perché deve restare nascosta per continuare a funzionare. E nascondere è un lavoro impegnativo e ci lascio una domanda aperta. Che spazio c'è oggi per raccontare forme di maternità che si regolano da sole, che stanno bene, ma che sanno di non poterlo dire? Qui l'equilibrio c'è, ma dipende dal silenzio. Avete ascoltato la quinta puntata di FuoriPosto, Madri, sostanze e sguardi che giudicano. Un podcast realizzato da Daniele Scaccelli, Rosalda Altoppiedi e Chiara Bertone. Ringraziamo Valeria Ferlaris per aver prestato la voce alla storia di questa puntata. Regia e design sonoro a cura di Minimadigitalia.

Fuori Posto

Madri, sostanze, sguardi che giudicano. Maternità, uso di sostanze e servizi sociali sono al centro di Fuori Posto, un podcast di ricerca che racconta le esperienze di madri troppo spesso definite attraverso stereotipi, stigma e giudizi.

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