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Oct. 22, 2026

Fuori Posto #4 La pausa obbligata

Fuori Posto #4 La pausa obbligata
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Fuori Posto #4 La pausa obbligata
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Questa storia racconta un passaggio in cui la maternità entra in un contesto altamente strutturato. La protagonista arriva in comunità quando sua figlia ha otto mesi, in un momento in cui la vita quotidiana è già segnata da una forte pressione: la gestione della cura, l’uso di sostanze, relazioni instabili e una rete di sostegno limitata. L’ingresso in comunità non avviene come una scelta libera, ma come l’unica strada possibile per continuare a stare con la figlia. È un passaggio che interro...

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Season 1
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Questa storia racconta un passaggio in cui la maternità entra in un contesto altamente strutturato.

La protagonista arriva in comunità quando sua figlia ha otto mesi, in un momento in cui la vita quotidiana è già segnata da una forte pressione: la gestione della cura, l’uso di sostanze, relazioni instabili e una rete di sostegno limitata.

L’ingresso in comunità non avviene come una scelta libera, ma come l’unica strada possibile per continuare a stare con la figlia.
È un passaggio che interrompe bruscamente una traiettoria fatta di fatica, solitudine e tentativi di reggere insieme più piani della vita.

La comunità introduce un cambiamento netto: spazi separati, tempi scanditi, regole esplicite.
La quotidianità viene riorganizzata dall’esterno, e la maternità si esercita dentro confini precisi, osservati e condivisi.

È un intervento che contiene e protegge.
Toglie dal caos, crea una pausa, rimette ordine.

Ma questa storia ci chiede anche di tenere aperta una domanda:
basta imparare le regole, se poi la maternità, fuori, è fatta di imprevisti, relazioni fragili e scelte quotidiane?

Ascoltando questa storia, vi invitiamo a guardare non solo cosa succede dentro la comunità, ma cosa resta da affrontare quando si torna fuori.


SPEAKER_03 0:08

Fori posto madri, sostanze e sguardi che giudicano. Siamo Rosal Baltopiedi, Chiara Bertone, Daniele Scarscelli.

SPEAKER_00 0:17

Lavoriamo in università e questo è un podcast di storie tratte da una ricerca sociologica realizzata insieme a madri che hanno fatto uso di sostanze e che indaga come la loro esperienza di maternità è stato oggetto di controllo.

SPEAKER_02 0:38

Questo podcast è parte di un progetto di ricerca finanziato dall'Università del Piemonte Orientale. Quarta puntata.

SPEAKER_03 0:47

La pausa obbligata. Questa storia racconta un passaggio in cui la maternità entra in un contesto altamente strutturato. La protagonista arriva in comunità quando sua figlia ha otto mesi, in un momento in cui la vita quotidiana è già segnata da una forte pressione, la gestione della cura, l'uso di sostanze, relazioni instabili e una rete di sostegno limitata. L'ingresso in comunità non avviene come una scelta libera, ma come l'unica strada possibile per continuare a stare con la figlia. È un passaggio che interrompe bruscamente una traiettoria fatta di fatica, solitudine e tentativi di reggere insieme più piani della vita. La comunità introduce un cambiamento netto: spazi separati, tempi scanditi, regole esplicite. La quotidianità viene riorganizzata dall'esterno e la maternità si esercita dentro confini precisi, osservati e condivisi. È un intervento che contiene e protegge, toglie dal caos, crea una pausa, rimette ordine. Ma questa storia ci chiede anche di tenere aperta una domanda: basta imparare le regole se poi la maternità fuori è fatta di imprevisti, relazioni fragili e scelte quotidiane? Ascoltando questa storia vi invitiamo a guardare non solo cosa succede dentro la comunità, ma cosa resta da affrontare quando si torna fuori.

SPEAKER_01 2:54

Prima della comunità c'è stata la piazza, gli amici, le notti lunghe. Ho iniziato a farmi con il mio compagno. All'inizio per stare insieme, poi per non restare sola. Prima la coca, poi l'eroina. All'inizio tirata, più avanti bucata. Mi dicevo che potevo smettere quando volevo, che non ero come gli altri. Poi è diventato un modo per reggere le giornate, per calmarmi, per dormire, per dimenticare. Ho smesso di contare i giorni in cui non mi facevo. La gravidanza è arrivata in mezzo a tutto questo, come una pausa forzata. Lì ho iniziato la terapia al cerd e per un po' mi è sembrato di avere una direzione. Quando sono entrata in comunità, mia figlia aveva otto mesi. No, non ci sono arrivata per scelta, ma perché non avevo più alternative. Mi avevano detto che se non accettavo sarebbe intervenuto il tribunale. Non volevo perderla e così ho fermato. La verità è che in quei mesi stavo cedendo. Mi facevo per non pensare, poi piangevo perché non riuscivo più a fermarmi. Mi svegliavo tardi, il latte finiva presto, il pianto di mia figlia mi entrava in testa come un rimprovero. La guardavo e mi dicevo non se lo merita, non una madre così. All'inizio credevo di potercela fare. Bastava dosare, nascondere, restare in movimento. Ma non era solo la droga a pesare, era tutto insieme. Le notti senza sonno, le visite da non mancare, la paura di sbagliare, la casa da tenere, la bambina sempre attaccata a me. Lui non c'era quasi mai. Mia madre diceva che dovevo arrangiarmi. Ogni cosa era sulle mie spalle: i pasti, i controlli, le carte da firmare, le notti. Non perdevo lucidità per lo sballo, ma per la fatica. La dipendenza era una parte, ma non l'unica. Il resto era solitudine, stanchezza, silenzio. Il padre di mia figlia compariva a tratti. All'inizio prometteva aiuto, poi ha ricominciato a bere e a sparire per giorni. Quando tornava, portava disordine e rabbia. Io cercavo di proteggerla, ma ogni volta sembrava di fallire. Gli assistenti sociali dicevano che dovevo permettergli di vederla per il bene della bambina e io non sapevo più cosa fosse davvero il bene. Mia mamma provava ad aiutarmi, ma lo faceva a modo suo, con frasi dure, con la rabbia. Mi ripeteva che mi avrebbero portato via la bambina e io mi chiudevo ancora di più. C'era affetto, ma anche stanchezza. Lei era esausta, io una delusione. La mia rete finiva lì. Nessun amico, nessuna vicina, nessuno che restasse se non c'era un compito da svolgere. Quando sono arrivata in comunità, la prima sensazione è stata di vergogna. Una casa grande, pulita, con regole dappertutto: orari, turni, incontri. Mi sentivo una bambina, non una madre. Dovevo chiedere il permesso per uscire, per telefonare, persino per star sola con mia figlia. All'inizio mi pesava anche solo esser guardata mentre la cambiavo. Gli operatori prendevano appunti e io cercavo di indovinare cosa stessero scrivendo. Col tempo, però, quella rigidità mi teneva insieme. Le giornate erano scandite, colazione, gruppi, attività, cura dei bambini. Non avevo più spazio per farmi né per pensare troppo. Il metadone lo prendevo la mattina al ser. Al serd non mi trattavano male, ma nemmeno mi sentivo capita. Gli operatori erano corretti ma distanti. Ti facevano domande, compilavano moduli, ti ascoltavano a metà. Qualcuno ogni tanto ti chiedeva come stava la bambina, altri invece guardavano l'orologio. Forse, lì, almeno, non mi giudicavano come madre, ma come paziente. Forse era già qualcosa, ma non bastava. Con gli assistenti sociali invece era diverso. Ogni incontro sembrava un esame. Ti chiedevano se dormivi, se la bambina mangiava, se uscivi. Io rispondevo cercando di indovinare cosa volessero sentirsi dire. Era più un interrogatorio che un aiuto. Mi sembrava che ogni parola potesse essere usata contro di me e così dicevo sempre sì. Con le altre madri in comunità si creava una solidarietà silenziosa, non servivano molte parole. Bastava guardarsi negli occhi per capire la fatica dell'altra. A volte litigavamo per sciocchezze, ma poi bastava il pianto di un bambino per farci smettere. Eravamo tutte lì per lo stesso motivo cercare di non perdere ciò che restava. La comunità mi ha tolto dal giro, mi ha protetta per un po', ma non mi ha cambiato la testa. Dentro ero ferma, come congelata. Non mi facevo più, ma non sentivo di stare meglio. Facevo quello che mi dicevano, seguivo le regole, tenevo pulito. Ma il pensiero era sempre lì. Se fossi stata aiutata prima, in un altro modo, forse non avrei dovuto imparare a vivere sotto osservazione. Quando sono uscita, avevo smesso da mesi, ma fuori era tutto più difficile. Nel quartiere sapevano che venivo da una comunità e gli sguardi lo dicevano prima delle parole. Anche al lavoro, quando ne ho trovato uno, qualcuno lo sapeva e faceva battute. Dentro impari a rispettare le regole, ma non ti insegnano come si vive fuori, con la paura di ricadere e il bisogno continuo di dimostrare che stai bene. Oggi sto con mia figlia in un piccolo appartamento. Lavoro qualche ora, tengo la casa in ordine, vado ancora il sard. A volte mi sento forte, altre sfinita. Non credo che la comunità mi abbia cambiata, ma mi ha fermata in tempo. Forse poco, ma è da lì che ho ricomincio.

SPEAKER_03 10:07

Questa storia mostra un tipo di intervento molto preciso. La comunità interviene per fermare una situazione considerata a rischio. Toglie dal giro, mette ordine, impone regole. Dentro la comunità alle madri viene chiesto soprattutto questo: imparare a rispettare orari, comportamenti, modi giusti di fare. È un lavoro educativo basato sull'idea che interiorizzare norme e valori possa rimettere le persone sulla strada giusta. E in parte funziona. La comunità protegge, contiene, afferma la caduta. Ma la maternità fuori da lì è un'altra cosa. Non è esercizio di regole applicate bene. È una pratica quotidiana complessa, fatta di stanchezza, decisioni continue, relazioni fragili, imprevisti. Fuori non basta sapere cosa sarebbe giusto fare. Serve qualcuno che tenga il bambino quando sei esausta. Serve una rete che regga quando vacilli, servono servizi che accompagnino, non solo che valutino. Questa storia mostra allora un limite importante. Un intervento che lavora soprattutto sull'isolamento e sull'apprendimento delle regole può fermare una crisi, ma difficilmente prepara la vita reale che aspetta fuori. La comunità insegna come stare dentro, ma vivere fuori richiede altro. Fermarsi può salvare, ma per reggere la maternità nel mondo reale servono legami, sostegni, possibilità concrete. Avete ascoltato la quarta puntata di Fuoriposto Madri, sostanze e sguardi che giudicano. Un podcast realizzato da Daniele Scarscelli, Rosalba Altopiedi e Chiara Bertone. Ringraziamo Giulia Migliorati per aver prestato la voce alla storia di questa puntata. Regia e design sonoro sono cura di minimadigitalia.

Fuori Posto

Madri, sostanze, sguardi che giudicano. Maternità, uso di sostanze e servizi sociali sono al centro di Fuori Posto, un podcast di ricerca che racconta le esperienze di madri troppo spesso definite attraverso stereotipi, stigma e giudizi.

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